L’ARTE della CARTAPESTA LECCESE

La cartapesta leccese è un’arte dall’origine antichissima.

Molto probabilmente furono i Greci, già nel secolo IV a.C., i primi ad utilizzare la carta per fabbricare le maschere comiche della Commedia fliacica e le maschere cultuali da appendere nei boschi sacri.

Utilizzavano la fibra di lino, unitamente a stucco e a colore; in questo modo le maschere risultavano molto più leggere di quelle in legno o metallo.

Il composto per la fabbricazione della carta è stato inventato dai cinesi nel 105 d.C., quando Ts’ai Lun, un dignitario della corte imperiale cinese, iniziò a produrre dei fogli di carta utilizzando brandelli di stoffa usata, corteccia d’albero e reti da pesca. La carta arrivò In Europa solo a partire dal XI secolo, con le invasioni arabe in Sicilia e in Spagna.

La tradizione della cartapesta a Lecce giunse da Napoli, dove già dal XV secolo l’arte esplose nei quartieri spagnoli e a San Gregorio Armeno, qui iniziarono a proliferare botteghe di maestri artigiani fino a spargersi in tutto il regno.

Alcuni studiosi sostengono che a Lecce, intorno al XVI sec. arrivarono alcune comunità di napoletani e i primi ad incuriosirsi all’arte furono i barbieri che trasformarono i retrobottega del loro salone in laboratori e iniziarono a cimentarsi nella produzione dei tradizionali “pupi” dei presepi.

Il più famoso di questi barbieri-cartapestai fu “Mesciu Pietru te li Cristi” (Pietro Surgenti 1742-1827), ricordato soprattutto per il pregio delle sue opere.

Altri sostengono che furono gli scalpellini della pietra leccese i primi a utilizzare la cartapesta per fare dei modelli da riprodurre poi sulle sontuose chiese. Secondo il mio modesto parere entrambe le cose diedero i natali alla grande tradizione della cartapesta leccese.

Dapprima la Chiesa ne proibiva l’uso, non approvando la provenienza della carta, fino a quando le Clarisse, nel 1738, commissionarono il controsoffitto della riedificata Chiesa di Santa Chiara, affidando la progettazione al maestro Mauro Manieri.

All’importante opera lavorarono numerose botteghe situate nell’adiacente stradina, che oggi porta il nome di “Via Arte della Cartapesta”.

Questo sdoganò l’uso della cartapesta nell’arte sacra e vi fu una considerevole richiesta di statue e decori in cartapesta per addobbare le numerose chiese e luoghi sacri senza dover investire notevoli somme di denaro in materiali più costosi come il bronzo, il marmo o il legno.

La produzione fu così intensa, per i paesi della provincia e dell’intera Puglia, da far guadagnare a Lecce la nomea di “città dei santi” e quest’arte venne ritenuta un’espressione di un “barocco minore”.

Oltre ai costi contenuti, queste statue risultavano più comode da trasportare specialmente durante le processioni o altre manifestazioni religiose.

Tutto questo rese rinomata l’arte statuaria leccese e, nelle botteghe dei cartapestai, vere e proprie equipe di apprendisti guidati dal maestro lavoravano per settimane alla realizzazione di un’opera.

Il processo di lavorazione veniva spesso suddiviso in settori e ad ogni settore vi erano uno o più apprendisti che lavoravano.

Entravano da giovanissimi e iniziavano ad occuparsi del primo settore, la macerazione della carta, il più semplice in cui si produceva la poltiglia che è alla base della produzione di fogli e pasta di carta.

Poi crescendo passavano ai modellatori, il secondo settore che si occupava della vestizione, nel quale abili mani modellavano i drappeggi dei vestiti, fatti di fogli di carta paglia (oggi carta d’Amalfi) spalmati di “ponnula” (la colla dei cartapestai).

Successivamente si passava ai focheggiatori, che mettono in atto una tecnica per dare morbidezza e realismo alle figure sacre: con dei ferri a forma di cucchiaio, arroventati al fuoco, bruciavano le pieghe, le imperfezioni e le giunture che la carta aveva preso durante la vestizione.

Tale pratica viene fatta risalire ai tempi di Jacopo Sansovino, ma perfezionata nel tempo dai maestri salentini.

Successivamente passavano alla gessatura, dove con gesso di Bologna misto a colla di coniglio, ricoprivano la carta per rendere la statua più resistente e liscia. I pittori con colori ad olio complatavano l’opera e infine il maestro apponeva la firma.

Oggi a Lecce patria del barocco leccese, oltre alla chiesa di Santa Chiara con il suo soffitto in cartapesta e le altre chiese stipate di Santi, si possono visitare numerosi laboratori nel centro storico, che svolgono ancora l’attività tradizionale e il Museo permanente della cartapesta nel Castello di Carlo V.

Durante il periodo natalizio dal 6 al 28 dicembre di ogni anno la storica “Fiera dei pupi”, dove i migliori cartapestai del Salento mettono in mostra i loro pastori da presepe.

Questo articolo su Salento.it è stato scritto ed ideato da Antonio D’Ostuni, divulgatore di tradizioni popolari salentine